Il pollice del panda della tecnologia
Scritto da Andrea | 15.09.2007
Una visita in libreria ha permesso di ritrovare un testo che mi aveva introdotto all’interazione uomo-macchina in tempi universitari. Non so se l’ho trovato per caso o lo sia andato a cercare inconsapevolmente (avevo pensato al suo contenuto proprio il giorno prima)… comunque sia ora ce l’ho per le mani e ho già iniziato a leggerlo avidamente.
Il testo in questione è stato scritto da Stephen Jay Gould, biologo e paleontologo statunitense, e si intitola “Bravo Brontosauro. Riflessioni di storia naturale“.
Che cosa ha a che fare questo volume con l’argomento di questo blog? La risposta sta in uno dei saggi di cui è composto, ossia quello intitolato - come questo post - “Il pollice del panda della tecnologia”.
Il titolo fa riferimento ad un fenomeno evoluzionistico già trattato da Gould in un precedente lavoro. Con più precisione viene richiamato come esempio di un tratto fisico che non è esattamente la soluzione migliore rispetto al problema per cui viene utilizzato (la manipolazione dei rami di bambù), però “funziona!”. Si tratta di un caso in cui l’evoluzione non porta necessariamente a soluzioni ottimali ma semplicemente soddisfacenti. Questi rappresentano il presupposto per futuri adattamenti di maggior efficacia o efficienza, ma possono anche avere un effetto decisamente conservativo: fin tanto che una data caratteristica biologica soddisfa le necessità per cui è utilizzata le variazioni che possono verificarsi in singoli individui non sono favorite rispetto alla norma: pertanto il carattere “migliore” ha la stessa probabilità di essere riprodotto rispetto ai casi semplicemente sufficienti allo scopo.
Spero di essere stato chiaro ;-), non sono un biologo!
Tornando al saggio qui in esame, anche in campo tecnologico si verificano situazioni simili. L’esempio portato da Gould è quello della tastiera QWERTY, il cui successo non si deve a una maggiore efficienza e/o precisione. La disposizione QWERTY era nata per evitare che i dattilografi premessero troppo rapidamente tasti corrispondenti a lettere molto frequenti nel vocabolario inglese, e quindi rischiassero di inceppare i martelletti della macchina. Tuttavia questo accorgimento era essenziale sulle primissime macchine da scrivere, meno sui modelli successivi. Per una serie di casi abbastanza fortuiti, la QWERTY divenne celebre a fine ‘800 e si impose così all’attenzione degli acquirenti di macchine da scrivere. Da allora, nonostante non vi sia più nessun motivo tecnico che renda necessaria tale disposizione dei tasti, siamo circondati da tastiere QWERTY.
Accanto a me, per esempio, ho ben tre tastiere di questo tipo: sul portatile, sul mac-mini, su una macchina da scrivere - ricordo dei primi anni universitari - e addirittura sul mio cellulare (un Nokia E61). Insomma, una vera e propria invasione.
Perché il modello QWERTY è stato vincente, secondo Gould? Perché ha potuto approfittare inizialmente di coincidenze favorevoli (i primi corsi di dattilografia furono basati, per caso, su macchine di questo tipo, oppure perché la stampa diede rilievo a gare “truccate” a favore di questo layout di tastiera) e quindi si è imposta perché rappresentava una soluzione soddisfacente a un problema che sì potrebbe essere affrontato diversamente, ma che porterebbe a cambiamenti troppo radicali nelle abitudini di milioni di persone perché possa essere realmente attuato.
Andreste mai ad acquistare un PC con una tastiera DVORAK?
Probabilmente no… perché acquistare qualcosa che stravolgerebbe le nostre abitudini e che ci renderebbe la vita difficile ogni volta che dovessimo utilizzare una tastiera comune? Siamo “portatori sani” di una convenzione, quindi non siamo molto interessati ad assaggiare soluzioni di cui non si intravede la necessità e i cui vantaggi andrebbero relazionati alle difficoltà che queste porterebbero con sé.
Ma questo resta un sito che parla di Web Design… dunque come possiamo portare questo insegnamento all’interno della professione a me cara? Direi che le riflessioni possibili sono svariate. Comincio ad annotare le principali:
- le convenzioni non sono poi così male: dobbiamo sempre fare un bilancio tra costi e benefici qualora volessimo inserire nelle nostre interfacce soluzioni anche parzialmente innovative. I nostri utenti sono quasi sempre su altri siti web, dunque perché costringerli a imparare nuovamente l’abc dell’interazione con un’interfaccia web quando arrivano sulla nostra home page?
- gli standard sono una gran cosa: ci permettono di concentrare la nostra attenzione su problemi peculiari del nostro sistema interattivo permettendoci di risolvere rapidamente e in modo “soddisfacente” le caratteristiche periferiche;
- le convenzioni sono un retroterra comune a progettisti e utenti: è presente un vocabolario simbolico condiviso a cui si può far riferimento ogni qual volta lo si desideri e il dilemma della presunta “ingenuità” del progettista e/o esperto di usabilità si può affrontare molto più serenamente e con maggiori probabilità di successo;
- l’innovazione è permessa anche se incontra maggior favore se è graduale: meglio evolvere un’interfaccia anziché ridisegnarla da zero. mi vengono in mente due esempi, in tal senso:
- i tasti speciali (il tasto “windows”, o il tasto “mela”) e alle combinazioni di tasti ormai diffusissime (come per esempio “CTRL+C”) e condivise da moltissimi: hanno potuto diffondersi grazie all’esistenza di un layout collaudato che ha assolto alla funzione di costante rispetto a queste nuove variabili;
- le evoluzioni graduali dei siti web in “perpetual beta”: procedendo per prove ed errori, con proposte e prototipazioni successive, fanno in modo che gli utenti non siano spiazzati dalle innovazioni ma le possano bensì valutare una alla volta e quindi esprimere il proprio “voto” in modo più semplice e diretto (al netto di tutte le altre variabili in gioco su un’interfaccia).
Infine, riflessione a parte: vale sempre la pena di acquistare un libro che non sembra essere direttamente di interesse per noi. L’ispirazione è sempre dietro l’angolo :-)
Argomenti: Usabilità |
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